Usi civici e Comunelli

In questo articolo vorrei trattare un argomento che, quando mi si è presentato davanti come caso di studio, mi ha creato non poche difficoltà nel reperimento delle informazioni necessarie per gestirlo correttamente. Ammetto che alcune lacune ci sono ancora, e che sarà mia premura colmarle con un intervento successivo, però la mia speranza è che chi approderà su questa pagina potrà partire da una buona base di ricerca, per poi approfondire autonomamente gli aspetti più tecnici.

Innanzitutto, cos’è un COMUNELLO? Comunello è sinonimo di USO CIVICO: si tratta di un ente collettivo, composto da soggetti organizzati e insediati su un determinato territorio, che permette a questi ultimi di trarre utilità dalla terra, dai boschi, o dalle acque di quel territorio. Questi enti possono chiamarsi anche comunanze, partecipanze, comunalie, Asbuc, ecc. (vengono definiti in un’infinità di modi).

In parole povere, un gruppo di persone residenti in una determinata zona, si organizza sotto forma di ente per occuparsi di un certo territorio, gestirlo, trarre i suoi frutti per il proprio uso personale, oppure per farne commercio.

Da cosa deriva il diritto di gestione di queste aree? In realtà non c’è un titolo giuridico che legittima il loro utilizzo, in quanto sono rapporti che sono sorti nel Medioevo e si sono tramandati fino ai giorni nostri (anche se ormai sono forme quasi in disuso).

La prima regolamentazione avviene con la Legge n. 1766 del 16 giugno 1927, ed il successivo Regio Decreto attuativo n. 332 del 26 febbraio 1928.

Il primo regolamenta appunto il “diritto di promiscuo godimento delle terre spettante agli abitanti di un Comune, o di una frazione di Comune“. All’articolo 4 la norma divide questi diritti in due classi:

  • diritti essenziali: se l’esercizio viene posto in essere per i bisogni della vita; ne sono un esempio il diritto di pascolo per il proprio bestiame, la raccolta di legna per uso domestico, ecc.
  • diritti utili: se hanno carattere e scopo di industria. Ad esempio, il diritto di raccogliere dal fondo prodotti per farne commercio e in generale il diritto di servirsi del fondo per ricavare vantaggi economici che vadano oltre quelli necessari al sostentamento familiare e personale.

Il Comunello deve aprire una posizione come ente, quindi farsi assegnare dall’Agenzia delle Entrate un codice fiscale e una partita iva se intendono vendere i prodotti ricavati dai terreni, svolgendo di fatto un’attività commerciale. Successivamente dovranno dotarsi di uno Statuto, che subirà un iter di approvazione regionale. Secondo il parere della Regione, il Comunello è classificato nell’attività istituzionale come Ente Pubblico, nell’attività commerciale come associazione di diritto privato.

Potenzialmente l’Uso Civico svolge sul territorio un’attività agricola in senso stretto, ai sensi dell’art. 2135 del Codice Civile, rendendo così possibile ritenere tale per connessione anche la successiva commercializzazione dei prodotti frutto dell’attività prevalente. In questo modo si potrebbero tassare i redditi dell’attività agricola ai sensi dell’art. 32 del TUIR.

Purtroppo però, per essere classificate come imprese agricole, è fondamentale che sia rispettato un doppio requisito:

  • requisito oggettivo: l’attività deve essere effettivamente quella disciplinata come attività agricola in senso stretto (coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali) o connessa (attività esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ottenuti prevalentemente da un’attività agricola in senso stretto);
  • requisito soggettivo: è necessario condurre il fondo a titolo di proprietà o locazione, in quanto, in caso contrario, non c’è un reddito agrario da dichiarare.

Va da sè che il Comunello, gestendo il terreno in forza di rapporti senza un titolo giuridico, non può dichiarare un reddito agrario, di conseguenza l’attività sarà classificata come commerciale.

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